La multidisciplinarietà non è dispersione, è competenza.

L’era dei “nomi” mostra le sue crepe: il futuro dello spettacolo appartiene ai professionisti poliedrici.

di Thomas Centaro

L’illusione della mono-competenza italiana

Se c’è una cosa molto italiana che fatichiamo a digerire, è l’idea che un professionista possa muoversi in più ambiti dello spettacolo senza per questo essere valutato come un poveretto allo sbaraglio perché considerato dispersivo. Siamo il Paese dei pregiudizi, delle scatole chiuse, dei compartimenti stagni, dei cassetti etichettati, del mantra sempre più sbagliato dell’ “abbiamo sempre fatto così”. Se fai l’attore non puoi doppiare, se doppi non puoi fare cinema, se fai radio non puoi fare il regista, e se scrivi… beh, allora deciditi! In campo artistico il punto non è fare collezione di ingaggi random, ma capire come ogni competenza acquisita alimenta le altre.

Il modello estero e i monumenti italiani

All’estero lo chiamano Triple Threat: l’artista che sa recitare, cantare e presentare ad altissimi livelli. Gente come Hugh Jackman e Jennifer Lopez, come Jamie Foxx e Lady Gaga, Cher o Barbra Streisand, o Gene Kelly e Judy Garland, giganti che della multidisciplinarietà hanno fatto un impero di credibilità. Senza scomodare Hollywood, basterebbe guardare alla nostra storia: una colonna come Raffaella Carrà ha costruito una carriera epocale unendo discipline diverse con un rigore e una precisione da macchina da guerra. Vogliamo citare altri monumenti dello spettacolo italiano, come Massimo Ranieri, Loretta Goggi e Gigi Proietti?

In foto: Judy Garland, Hugh Jackman e Raffaella Carrà

L’inganno della velocità e il cambio di rotta

Oggi, però, in un 2026 in cui la velocità è una religione, e la qualità sembrerebbe essere confinata a mero optional, muoversi tra più ambiti viene spesso scambiato per dispersione. Disorienta, crea dubbi, o peggio, spaventa. Si preferisce la rassicurante mono-competenza, o peggio, l’illusione dell’ultimo decennio: gli impropriamente ribattezzati Talent. Non quelli che partecipano a una trasmissione tv e un talento più o meno ce l’hanno, ma coloro che sono solo noti per i motivi più disparati. Lasciatelo dire da chi questo mestiere lo fa da prima dell’avvento dei nip in tv e dei social network: il pubblico ha sviluppato gli anticorpi, il vento sta cambiando, e l’inversione di marcia è già in corso anche grazie ai recruiters più lungimiranti.

L’abbaglio dei follower a peso d’oro

Per anni il mercato dello spettacolo e degli eventi, nei quali lavoro da 25 anni, si è fatto ammaliare da qualcosa che con l’arte e con lo spettacolo non ha niente a che vedere: i numeri. C’è stata l’illusione collettiva che un milione di follower su una piattaforma social potesse tradursi automaticamente in talento, presenza scenica, capacità comunicativa, addirittura in traino. Si è preferito il saperci fare al saper fare, ma saper fare richiede studio, sudore e tante “ore di volo”. Il risultato? Una saturazione di “pappe pronte”, comparsate flash a peso d’oro e banalità che hanno stancato chi paga il biglietto o chi organizza un evento.

In foto Thomas Centaro nel one man show “Bloccato nella rete” (2019)

Il prezzo da pagare

Il marketing ha saturato il mercato imponendo figure prive di tecnica basandosi sui numeri social, e a farne le spese, come spesso accade, sono stati i professionisti. Attenzione, non i Vip così come li conosciamo, ma quelle figure – anche di alto profilo – che faticano ad essere prese sul serio solo perché non sono volti noti, televisivi o influencer. Lavori da anni nello spettacolo ma non hai la spunta blu? Sciò, via!

Sedia e stativi per casting

Parliamo “Angloggiaro”

Vogliamo parlare della parola Talent? A quello sciocco abuso di inglesismi nella terminologia milanese da ufficio, sono stato il primo a dare un nome: Angloggiaro, un po’ Inglese e un po’ Quarto Oggiaro. In Angloggiaro il termine Talent sottointende una persona nota, per motivi ignoti, che viene ingaggiata, sempre per motivi ignoti, per presenziare o – datemi una sedia – per condurre un evento. Talent. Hai più follower degli abitanti della Repubblica Popolare Cinese perché spalmi la salsa rosa sulla carta igienica? È più che sufficiente, sei un talent! Ti strapagano, ti sbucciano le mandorle in camerino, e ti stendono un tappeto rosso perché… spalmi la salsa rosa sulla carta igienica. Abbiamo scherzato ma torno serio: un conto è intrattenere un utente per 90 secondi, altra cosa è condurre un happening per otto ore in diretta, con speech, ospiti, sponsor, interviste, premiazioni, lanci, contributi video e tutto quello che può avvenire in un evento.

Il pubblico vuole di più

I follower ti rendono noto, non ti rendono bravo: il talento non ha nulla a che vedere con i sopracitati talent, perché il pubblico non si lascia più abbindolare, e si accorge quando dietro un’operazione di marketing c’è il vuoto cosmico, e oggi, finalmente, pretende molto di più.

Stading ovation del pubblico per il musical parodia di Thomas Centaro “La Bibbia – Un musical della Madonna” (2024)

Doppiaggio: quando sanguinano le orecchie

Ricorderete tutti la cagna maledetta di Boris, giusto? Ma tralasciamo i circoletti del cinema di cui si è parlato fin troppo, e prendiamo l’esempio del doppiaggio che arriva in maniera più percepibile alle orecchie di tutti. La tendenza di distribuire personaggi di animazione all’influencer o al tiktoker del momento, con la speranza illusoria di trascinare il pubblico in sala, ha dato esiti devastanti, soprattutto in termini di gradimento. Abbiamo visto interpretazioni piatte, totale assenza di ritmo, e ovviamente dizione inesistente. Il doppiaggio non è prestare la faccia, è un mestiere artigianale fatto di millimetri, respiro e controllo assoluto della voce.

Thomas Centaro, al doppiaggio del protagonista Charlie (Chris Riggi) per il film “Get Happy” di prossima uscita

Il rigetto delle community

E mentre le community esprimono il proprio rigetto reclamando le voci dei professionisti, le case di produzione continuano imperterrite a compiere scelte opinabili, piazzando persone che tutto dovrebbero fare tranne che anche solo avvicinarsi al microfono. La notorietà digitale compra la tecnica e l’arte del microfono? Il doppiaggio è un mestiere che non può fare qualunque attore, è una specializzazione: pensate affidare questo ruolo a chi non sa nemmeno come si scriva la parola recitazione. Pur senza essere un purista, così come si riconosce un cantante stonato, allo stesso modo un doppiaggio fatto male cigola!

La responsabilità delle major

Devo dirlo, non è colpa dei direttori di doppiaggio, ma delle case di produzione. Come se domani mattina un ospedale chiamasse me per fare il cardiochirurgo: sarebbe plausibile? Va detto che in alcuni Paesi il doppiaggio non si svolge come da noi, ma al contrario: si registra la voce in piena libertà, e su quelle registrazioni audio viene prodotta l’animazione, ma non sempre si tratta di attori. C’è un cuoco? Chiamiamo un cuoco. C’è un divulgatore scientifico? Chiamiamo un divulgatore scientifico. Ecco spiegato perché vengono chiamati gli analoghi nostrani. Qualche volta ha funzionato e qualche volta no, di certo però sarebbe ora di lasciare le specializzazioni ai professionisti.

Teatro: sul palco non ci sono filtri

A teatro il discorso si fa ancora più spietato. Il palcoscenico è un luogo in cui non hai scampo, perché lì i filtri non funzionano, quello che conta è la capacità in tempo reale: non c’è un tasto rec, non è contemplato il montaggio, non ci sono stop per rimediare a un errore. Quando le luci si accendono, o hai la tenuta scenica, il volume, il ritmo e il controllo del corpo, o il palco ti divora in meno di un minuto. Io scrivo, produco, dirigo e recito, quindi non essendo mono-competenza posso sicuramente sbagliare, ma, è un dato: portare il “nome” a recitare per riempire la sala ha mostrato l’abisso dopo il burrone. Allo spettatore non interessa pagare per vedere dilettanti che non sanno nemmeno come si porta la voce in platea, lo spettatore ha fame di mestiere.

Il cast del musical parodia cult di Thomas Centaro “L’Odissea – Una vera Troyata” (edizione 2023)

I cliché del teatro “dei nomi”

Purtroppo questo divario è emerso a causa delle scelte di alcuni produttori poco fantasiosi, e a farne le spese sono stati i veri abitanti di quel regno, che sanno come far brillare il palco. Questa tipologia di teatro dei “nomi” è fatta di divani a centro palco, di amanti in negligé, di segretarie in minigonna e di tutti quei cliché narrativi che tanto divertono un determinato pubblico. Nulla di male, è il teatro all’italiana, ma anche i musical sono cascati nella trappola dei nomi, fin tanto che non è giunto il momento di alzare l’asticella. E in questo caso essere un Triple Threat è la base, non un optional!

La paura più grande dei brand

Esiste però un ambito in cui tutte le discipline artistiche convergono in un’unica direzione, un ambito che negli ultimi anni, ha dovuto piegarsi alla fuffa della tv e dei social: il settore degli eventi. È esattamente qui che il cerchio si chiude e si collega al mondo degli eventi MICE e Corporate, un settore in cui la paura più grande di un marchio è mandare in fumo il proprio evento a causa di… diciamo di scelte sbagliate. Collaboro con agenzie, recruiter e producer da quando i brontosauri bevevano dal fiume Lambro, e sempre più spesso mi si sottolinea che ciò che inizialmente può sembrare dispersivo, dal vivo diventa un punto di forza.

Thomas Centaro agli esordi al Cartoomics 2022

Cartoomics 2002, tra i primi eventi condotti da Thomas Centaro.

Una strategia vincente, non dispersione

Sarò diretto come piace a me: non avete idea di quante volte mi è stato chiesto “Ma non fai troppe cose? Non è dispersivo?”. Inarcavo il sopracciglio e partivo con lo spiegone sul perché essere specializzato in più ambiti dello spettacolo non è dispersione, ma una strategia vincente.

Thomas Centaro presentatore

Thomas Centaro, foto di Mjriam Bon

Formule fisse vs cassetta degli attrezzi

Un presentatore che fa solo il conduttore applica una formula e va con il pilota automatico. Non fatemi fare nomi, ma basta accendere la tv per capire cosa intendo: personaggi tecnicamente impeccabili ma poco comunicativi. Purtroppo quello passa il convento! Un professionista che unisce il controllo vocale del doppiaggio, i tempi comici e la presenza dell’attore teatrale, la visione artistica dell’autore, ha una cassetta degli attrezzi infinitamente più ricca. Se il relatore si inceppa, se le slide si bloccano, se ci sono dieci minuti di vuoto da colmare, se c’è un ritardo da asciugare, chi calca il palcoscenico a 360 gradi non va in panico perché sa come si governa la scena.

Thomas Centaro alla conduzione di due eventi

La polivalenza è la chiave del problem solving

Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare quando ero molto giovane, e quando ho capito che un solo ambito mi avrebbe dato poche opportunità ho iniziato a muovermi su più fronti contemporaneamente per essere più completo. Che sia a teatro, in sala di registrazione, sul set o su un palco internazionale, non cambia nulla perché raggiungere un alto grado di dimestichezza significa dominare la scena con sicurezza. La multidisciplinarietà è la chiave del problem solving, e tutti coloro con cui collaboro possono testimoniarlo. Questo dovrebbe disorientare? Creare dubbi? Spaventare? Forse solo chi continua a sostenere il pericolosissimo “abbiamo sempre fatto così”.

Thomas Centaro a leggio in sala di doppiaggio nei primi anni 2000.

Flessione digitale e il ritorno della qualità

Siamo nel mezzo di uno switch, tra la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Al netto dei tg, la tv riscontra una flessione costante degli ascolti lineari. Nonostante l’aumento di utenti, i social network patiscono un forte calo nelle interazioni. Crescono i video on demand, che si scelgono (e non si subiscono). Si registra un’impennata di spettatori degli eventi live, che hanno superato i numeri pre-pandemia, e, tenetevi forte, c’è un bel più tra i lettori, anche tra i giovanissimi. L’era dei talent vuoti e dei follower a tutti i costi sta mostrando le sue crepe perché il pubblico ha riscoperto, e reclama, il valore della qualità. Vuole il saper fare, non il saperci fare.

Il vantaggio concreto per i brand

Mi fa piacere vedere che il mercato stia iniziando a premiare questo approccio, che ho abbracciato fin dal mio primo spettacolo del 2001: il pubblico che mi segue a teatro conta sempre più spettatori giovani, e questo è un segnale molto incoraggiante. Lo stesso approccio è oggi particolarmente apprezzato anche dalle aziende e dalle agenzie di eventi con cui collaboro come presentatore, perché la capacità di unire competenze diverse si traduce, ogni volta, in un vantaggio concreto. È proprio questo che fa un artista con una visione: traccia una rotta anche impervia, e la percorre dall’inizio alla fine. Personalmente non ho mai creduto nelle scorciatoie. La formazione nell’arte non ha mai fine, la serietà e la dedizione non sono mai troppe, e so che l’umiltà di avere da imparare sempre qualcosa di nuovo è una prerogativa elitaria.

Thomas Centaro at work

La catapulta verso la competenza

Quell’illusione dei “nomi” – che spero sia crollata leggendo questo articolo – resterà una brutta pagina decadente e cupa nella storia dello spettacolo, ma se è servita come catapulta per un nuovo periodo all’insegna della competenza allora è valso a qualcosa. Smettiamola di dire che “era meglio una volta”. Quello a cui ambisco è che sia ancora meglio in futuro, e il futuro è già in corso.

Mai arrivare impreparati

Chi organizza grandi eventi, chi produce cinema o teatro, e possiede la giusta visione di insieme in una prospettiva a lungo termine, non cerca più il clamore dei numeri: cerca la tenuta impeccabile che solo un professionista può offrire. Il vero artigianato dello spettacolo. E l’artigianato richiede di saper usare tutti gli strumenti del mestiere, nessuno escluso. Quando si è curiosi come me c’è sempre un prezzo da pagare, come dover fare lo slalom tra pregiudizi e mentalità arretrate, tuttavia non ho intrapreso questo percorso di studio perpetuo per essere preparato, ma per non arrivare mai impreparato.

Thomas Centaro presentatore di eventi

Thomas Centaro, foto di Sophia Daliana