Sopravvivere ai “No” nel settore dello spettacolo
Il lato nascosto del mestiere: rifiuti, silenzi e pregiudizi
Nel mondo dello spettacolo si parla spesso di emergere, di farsi notare, di arrivare, in due parole di diventare famosi. La domanda che mi si pone più spesso – dai profani questo devo dirlo – è “Se fai così tante cose, perché non sei famoso?”. Come se il punto centrale fosse diventare un vip! Ma chi questo mestiere lo vive davvero sa che la questione non è essere famosi, ma riuscire a custodire la propria autenticità e riconoscibilità in un sistema fatto di persone che purtroppo tendono a semplificare, a sminuire, e a volte anche a denigrare il lavoro di un artista con un “no”. In qualunque ambito dal teatro, al doppiaggio, del cinema alla tv, fino ad arrivare alla musica.

Thomas Centaro, foto di Sabina Campana
In questi scenari, distinguersi non significa ottenere l’attenzione di quello che si definisce “il grande pubblico”, ma mantenere la qualità del proprio lavoro anche quando intorno tutto spinge nella direzione opposta, creando un danno economico oltre che emotivo. Quando, appena diciottenne, ho iniziato a muovere i primi passi sul palco, ho avuto accanto punti di riferimento che mi hanno aiutato a capire le dinamiche, a volte, cupe, questo settore. Oggi, quasi trent’anni dopo, scrivo questo articolo per rispondere ai tanti i giovani che mi seguono e mi chiedono consigli su questo tema nonostante io non sia un volto noto. Probabilmente si rivolgono a me proprio perché non lo sono ma lavoro con costanza. E allora, con la stessa generosità, ecco come affronto quotidianamente i “no”.

Thomas Centaro in camerino
Il “no” come norma quotidiana
Il rifiuto non è un’eccezione. Un provino non andato bene, una proposta non accettata, un progetto che non parte. Nella realtà dei fatti, nello spettacolo, il “no” non è un episodio sporadico, è una costante. Chi lavora nel settore vive una dinamica molto semplice da descrivere, un po’ meno semplice da digerire, e molto meno semplice da spiegare all’esterno. Ad ogni “sì” corrisponde una quantità molto più ampia di risposte negative, di occasioni mancate, di porte in faccia, o peggio, di porte chiuse.

Dilaga sempre di più la tendenza al silenzio, al non rispondere alle mail, al non concedere udienza – come fossimo al cospetto della Regina Serenity e Re Endymion (sì, i regnanti del Pianeta Terra dell’universo di Sailor Moon!). E non è una rarità. È il ritmo purtroppo normalizzato, ma sicuramente non normale, del mestiere di artista, e questo cambia completamente la percezione del lavoro. La costanza, osservata da fuori, appare lineare, ma vissuta da dentro, significa gestire continuamente il giudizio e il rifiuto. Quel “no” che diventa una norma quotidiana con cui bisogna imparare a convivere.

Thomas Centaro, foto di Mike Illuzzi
Il problema non è essere scartati. È cosa viene tradotto in identità
Voglio essere chiaro: un rifiuto non misura il valore di un artista. Ed è qui che si inserisce un meccanismo più sottile, il rischio che il “no” diventi qualcosa che si insinua sottopelle. Il “no” deve restare un semplice esito, perché quel “no” spesso non nasce da una valutazione lucida, ma è figlio di elementi più opachi. La pigrizia di chi non risponde ad una mail nascondendosi dietro la mancanza di tempo. La maleducazione di chi risponde sgarbatamente. La totale assenza di lungimiranza di chi è tenuto a valutarci. Tutto converge verso un esito negativo al quale segue il nulla. Non solo “non sei stato selezionato”, ma non hai nessun tipo di indicazione riguardo al motivo per cui non sei stato scelto. Ed ecco che si brancola nella totale incertezza alla quale si risponde in due modi opposti: o si molla il colpo o ci si mette in discussione.

Thomas Centaro sul set
“Ti aspetti che risponda a tutti?” mi ha scritto con delicatezza una recruiter. “Sei belloccio, perché non vai a fare cinema?” mi è stato detto seraficamente da una direttrice di doppiaggio alludendo alla mia incapacità. “Sei bravo, vedi che gli attori bravi vanno cercati?” ha detto un noto regista al produttore del suo film, peccato che poi siano spariti entrambi. “Ma se fai l’attore a teatro cosa vuoi qui?” mi ha chiesto il direttore di una radio. “Ma tu non sei un nome”, ha esclamato il direttore artistico di un teatro. Sono rimasto in piedi lo stesso: al cinema ci sono arrivato comunque, ho fatto sia doppiaggio che radio, ho condotto più di 350 eventi in giro per il mondo e il teatro è la mia quotidianità. I fatti concreti valgono molto più delle parole di chi non ha intenzione di concedere una chance.

Thomas Centaro sul palco dell’evento global per il Babson College di Boston
L’illusione dei like: la falsa vita degli artisti sui social
Oggi un giovane artista vede i colleghi su Instagram o TikTok sempre “sul set”, sempre “in sala di doppiaggio”, sempre “al trucco”. Mi dispiace dirlo, ma è una narrazione falsata di un narcisismo digitale che amplifica il senso di frustrazione di chi è a casa a ricevere i “no”. Molti “sì” che vediamo online sono minuscoli o addirittura gonfiati. Diciamolo una volta per tutte: la carriera di un artista non è la sua pagina Instagram. Se addirittura l’inventore di Instagram ha abbandonato la sua creatura perché esercitava su di lui un senso di frustrazione, bisogna spegnere il cellulare e accendere il cervello. Un conto è fare l’artista e condividere online il proprio lavoro, un conto invece è dedicarsi ai social per attirare l’attenzione, di chi poi non si sa.

Thomas Centaro, foto di Sophia Daliana
Il silenzio sui social non è assenza di lavoro, ma tempo di studio o di lavoro stesso. Le produzioni impongono grandissimi limiti agli attori in questo senso, e non c’è da stupirsi se ogni tanto qualcuno “sparisce” dalle piattaforme. I follower fanno doppio click e mettono un cuoricino ad un video di 30 secondi, ma quegli stessi follower acquisteranno un biglietto per vedervi a teatro in uno spettacolo di due ore? È necessario fare una distinzione tra popolarità digitale e solidità professionale semplicemente perché i follower non sono un indicatore di successo, e i social non possono e non devono togliere tempo prezioso agli artisti. Se avete un agente che vi impone di investire sui social in questo senso non è un professionista serio: è meglio ricevere dei no per un provino che perdere ore a montare un reel che non serve a niente.

Giudizi e pregiudizi: il peso delle etichette
Si inizia così ad avvertire su di sé delle etichette, ed è su questo tema che si innesta anche il tema della canzone “Inadeguata” del mio musical KIM, dove il giudizio esterno si accumula fino a trasformarsi in identità percepita. Questo brano, che ho scritto di pancia in pochi minuti, nasce dall’esigenza di dire al pubblico che non è tutto oro quello che luccica. Nel brano, infatti, non esiste un singolo rifiuto: esiste una sequenza di etichette che si ripetono come “diva”, “sfigata”, “raccomandata”, “arrabbiata”, fino all’aggettivo ripetuto ossessivamente che dà il titolo alla canzone, che costruiscono una definizione.
Non è il riassunto di un giudizio, ma la stratificazione di percezioni esterne che finiscono per diventare voce interna. È lo stesso meccanismo dei “no” nello spettacolo: non è il singolo giudizio a pesare, ma la sua ripetizione nel tempo. Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto di cui nessuno parla, ma che continua a pesare come un macigno: l’immagine.

Thomas Centaro, foto di Sabina Campana
L’immagine conta
Nello spettacolo l’aspetto fisico ha sempre contato, e non è una novità. Negli ultimi anni, seguendo il trend del politically correct, il settore ha imparato molto bene a raccontarsi come più aperto, più inclusivo, più rappresentativo, più libero. Il filtro estetico non è scomparso, si è solo travestito di un perbenismo ipocrita. Più facile da negare, ma pur sempre lì. Quando si fa spettacolo l’immagine incide più delle reali capacità nella valutazione, inutile girarci intorno. E io ne so qualcosa non avendo esattamente la faccia da modello.

Thomas Centaro nel one man show “Riding and Scherzing“
Chi non rientra nei canoni da copertina farà sempre più fatica; per questo, invece di rincorrere un’omologazione impossibile, l’unica strada è diventare ferocemente autentici. Poi si cambia, si invecchia, le caratteristiche estetiche vengono meno, e quando l’impatto dell’immagine si riduce, ciò che dovrebbe restare è la sostanza del lavoro. È solo allora che si misurano le capacità? Non in Italia evidentemente.

Thomas Centaro in diretta sul palco dei “Campionati Italiani Baristi”
Il pubblico vede i sì. Chi lavora nello spettacolo vive i no.
La proporzione è sproporzionata: ad ogni risultato visibile corrispondono una quantità molto più ampia di tentativi non andati a buon fine. Chi guarda da fuori vede il risultato, il ruolo ottenuto, il debutto, la locandina dello spettacolo, la copertina del disco, ma non vede ciò che lo precede. Non vede i provini andati a vuoto, le proposte ignorate, le risposte mai arrivate, le occasioni mancate, le attese senza esito. Quel sommerso non va né dimenticato né ignorato, ma ci sono diversi livelli di “no”, e nella maggior parte dei casi, bisogna analizzare chi li pronuncia.

Uno dei tanti sold-out per il musical parodia “L’Odissea” di Thomas Centaro
Il filtro invisibile: quando il giudizio diventa semplificazione
C’è una costante a cui accennavo poco fa ma che merita di essere analizzata: il rifiuto non è sempre il risultato di una lettura approfondita. Quel “no” può essere il risultato di una sintesi rapida, di una percezione immediata, di un filtro che riduce la complessità a categorie semplici. Questo produce un effetto preciso: il lavoro artistico non viene realmente letto. Viene classificato. Non sempre chi giudica è attrezzato per farlo con la corretta profondità, ma attenzione a non cadere nello stesso errore!

Thomas Centaro sul palco del Teatro Sociale di Como
Non sono “inadeguati” tutti i recruiter, i produttori, gli studi o i casting director. Ci sono disegni nei quali semplicemente non rientriamo: possiamo non corrispondere all’idea del regista, non avere la voce giusta per un determinato personaggio, o uno stile disallineato al progetto. Certo, questo non rende meno reali i “no”, restano comunque difficili da accettare. Un rifiuto superficiale è un segnale della malagestione del sistema, ma un rifiuto competente è parte del mestiere.

Thomas Centaro, foto di Myriam Bon
Il no non misura solo il valore. Misura la tenuta
Nel tempo, i “no” diventano uno spartiacque per chi ha la pazienza di restare nel settore e la forza di non arrendersi. Chi continua, chi riprova, chi rielabora, chi non si lascia definire da un singolo esito. Parlando della mia esperienza, ho impiegato anni prima di doppiare il mio primo protagonista. Ho dovuto attendere di arrivare a trent’anni per essere preso sul serio come presentatore. Ma nel frattempo ho insistito, ho studiato, ho voluto alzare l’asticella.

Thomas Centaro a leggio in sala di doppiaggio
Col senno di poi, non significa che il risultato fosse garantito, ma che senza quel percorso il risultato forse non sarebbe arrivato. Se all’inizio volevo dimostrare qualcosa a chi mi giudicava, poi ho capito che non dovevo tradire la direzione che avevo scelto: mantenere il mio stile, l’autenticità di cui parlavo all’inizio di questo articolo. La gavetta NON ESISTE e non è un fallimento: è un tempo in cui si lavora attraverso il miglioramento delle proprie competenze, le famigerate skills che ci faranno affrontare con più consapevolezza le occasioni importanti.

La solitudine dei “sì”
Esiste poi il momento in cui in maniera del tutto inaspettata arriva il primo “sì”. Non mi nascondo dietro a un dito, io stesso soffro della sindrome dell’impostore, forse proprio perché mi metto costantemente sotto la lente di ingrandimento, e come molti di voi sono molto, forse troppo severo con me stesso. Vero è che quando quel “sì” arriva, bisogna essere preparati ad affrontare una sfida sempre nuova, e nel nostro ambiente questo può portare chi ha ricevuto un “no” a sparire, o peggio, a mostrare invidia. Chi spreca tempo provando invidia perde il contatto con la realtà e pone un freno agli altri e a sé stesso. Io sono uno che prova ammirazione, ed è un sentimento diverso. Il mio consiglio? Restare sempre su “rec”, perché migliorarsi è l’investimento di energie più vantaggioso per un artista.

Thomas Centaro sul set dello spot “Eni 100“
Conclusione
Non farò nomi e cognomi nel rispetto della privacy, ma penso a Fabio che mi chiese consigli anni fa ed oggi è un attore eccellente a teatro e sul grande schermo, o ad Alice che è diventata una ballerina bravissima. Penso a Maddalena che si è affidata a me in momenti importanti nel suo percorso di studi. Non sono un insegnante né un coach, ma ho quasi 30 anni di lavoro e cicatrici alle spalle, e tendere una mano a chi vede in me un punto di riferimento mi rende felice, e con questo articolo spero di dare un po’ di respiro e speranza ad altri.

Thomas Centaro dietro le quinte
Distinguersi oggi non significa semplicemente essere notati, fare grandi cose o finire su un red carpet o al Festival di Sanremo. Significa mantenere una qualità di lavoro che non si lasci condizionare da un sistema che ha scelto la quantità alla qualità, con tutte le conseguenze del caso. Nel mondo dello spettacolo i “no” sono inevitabili. Il punto non è schivarli, o permettere che diventino la definizione di noi stessi, ma abituarsi a leggerli ed interpretarli, come esiti mai totalmente definitivi. Mettetevi in gioco, datevi obiettivi e scadenze concrete, continuate ad essere curiosi e non permettete che un “no” offuschi il vostro equilibrio. In definitiva, non sentitevi mai “inadeguati” e non consentite che il “no” diventi il vostro cognome.

